Non solo danza, ma incontro, ascolto e condivisione: il balfolk conquista sempre più persone. Due protagoniste, Lucia Berdini e Sara Pierleoni, spiegano perché oggi abbiamo bisogno di tornare a ballare insieme.
FRANCESCA FAVOTTO, su VANITY FAIR del 6/5/2026.
Oggi stiamo assistendo a una vera e propria pandemia, quella della solitudine.Siamo costante connessi – virtualmente -, ma non ci conosciamo mai davvero, abbiamo perso il gusto e la voglia di ritrovarci per stare insieme, per condividere. E se uno degli antidoti a questa epidemia fosse danzare? «Sono incappata “per caso” nel balfolk in uno dei periodi più bui della mia vita e mi ha fatta rinascere nella gioia», racconta al telefono Lucia Berdini, play coach, founder di PlayFactory e tra i cuori pulsanti del gruppo Balfolk di Fermo, nelle Marche.
Cos’è il balfolk? Il balfolk è una pratica di danza sociale, nata nei contesti rurali del Nord Europa molti secoli fa e ritrovata a partire dagli anni Settanta, che riprende antiche danze popolari – come mazurka, bourrée, scottish e ronde – rendendole accessibili a tutti. Si balla in cerchio, in catena, in quadriglia, in schiera o in coppia, senza bisogno di esperienza: non è una performance da guardare, ma un’esperienza da vivere insieme, fatta di contatto, ascolto e relazione.
C’è chi arriva al balfolk per curiosità, e chi invece ci inciampa nel momento esatto in cui ne ha più bisogno, come Lucia. Sara Pierleoni, maestra di balfolk e musicista, già esperta di danze tradizionali, come il saltarello marchigiano, la pizzica o la taranta pugliesi, invece lo ha incontrato anni fa durante un festival dedicato e lo ha riconosciuto subito come casa: uno spazio in cui danza, musica e relazione si intrecciano.
Oggi, mentre tutto ci spinge a correre e a restare chiusi nel nostro spazio individuale, il balfolk apre un varco: rallenta il tempo, riporta al corpo, ricrea comunità. Nel cerchio o nella coppia, tra mani che si incontrano e sguardi che si incrociano, accade qualcosa di semplice e potente: ci si sente parte di qualcosa.
Le abbiamo intervistate per capire anche il reale beneficio di una simile «disciplina», che non resta più un semplice danzare, ma diventa occasione di fare comunità.
Partiamo dall’inizio: che cos’è davvero il balfolk?
Lucia Berdini: «È un repertorio di danze popolari europee, ma ridurlo a questo è limitante. Il balfolk è soprattutto un’esperienza: uno spazio inclusivo in cui le persone si incontrano, si muovono insieme e si riconnettono. Non serve essere bravi, non serve saper fare o ballare: basta esserci».
Cosa succede, concretamente, quando si entra in una serata di balfolk?
LB: «Succede qualcosa di sorprendente: vieni accolto, preso per mano, letteralmente. Ti insegnano due passi e sei già dentro al cerchio. Cambi partner continuamente, ridi, ti perdi e ti ritrovi. È un flusso che ti porta via i pensieri».
Il contatto sembra centrale. Perché è così importante?
Sara Pierleoni: «Perché oggi è raro. Nel balfolk ci si guarda negli occhi, ci si tocca, si respira insieme. È un linguaggio non verbale potentissimo. In un mondo sempre più disconnesso, questo diventa quasi rivoluzionario».
Le origini di queste danze raccontano qualcosa anche di noi oggi?
SP: «Assolutamente sì. Nascono nei contesti rurali: si lavorava insieme nei campi di giorno e la sera si ballava insieme. Era condivisione totale. Oggi abbiamo perso quel senso di comunità, ma il bisogno è rimasto. Il balfolk semplicemente lo riattiva».
Lucia, lei ha raccontato di aver incontrato il balfolk in un momento difficile. Cosa è successo, le va di raccontarcelo?
LB: «Ero in un periodo molto buio della mia vita, ormai quattro anni fa. Una sera sono andata quasi controvoglia a una festa, trascinata da un amico. Non avevo mai ballato, pensavo non facesse per me, mi reputavo incapace anche solo di muovermi a tempo. Invece mi sono ritrovata in questo vortice di musica e persone: ridevo, mi muovevo, mi sentivo viva.Tornando a casa ho capito che era successo qualcosa di importante: sentivo la gioia nel corpo, i pensieri intrusivi erano scomparsi. Ne volevo ancora e di più, perché lo sappiamo, la gioia è virale e contagiosa».
E da lì è nato anche un impegno concreto sul territorio.
LB: «Sì, ho sentito il bisogno di portare questa esperienza a Fermo. Perché non è solo divertimento: è benessere reale. Il corpo cambia, la mente si alleggerisce. È qualcosa che va condiviso, la gente doveva – deve – sapere che esiste un modo per stare bene, immediato e veloce. Il balfolk è uno di questi, ma ancora poco conosciuto».
Sara, lei invece arriva da una lunga esperienza nella danza tradizionale. Cosa ha trovato di diverso nel balfolk?
SP: «Un’immediatezza e una profondità insieme. Alcune danze sono semplicissime, entri e balli subito. Altre richiedono più pratica. Ma tutte hanno questa capacità di portarti nel corpo, di farti sentire. È stato amore a prima vista».
C’è anche una dimensione musicale molto forte.
SP: «Sì, il balfolk è anche canto. Alcune danze si cantano mentre si ballano. Io stessa porto avanti un progetto musicale (i Di Doux, in cui oltre a lei, suona Giuseppe Grassi, musicisti che da oltre dieci anni portano in pista la musica tradizionale da ballo francese, occitana e italiana, ndr). È un mondo ricchissimo, che unisce tradizione e nuove sonorità».
Parliamo proprio di questo: tradizione e innovazione convivono?
SP: «Sì, ed è un equilibrio vivo. C’è chi custodisce il repertorio tradizionale – il trad – e chi sperimenta con il neo-trad, contaminando con altri generi. È giusto così: le tradizioni non sono musei, sono organismi vivi».
Chi può partecipare a una serata di balfolk?
LB: «Chiunque. È davvero intergenerazionale: puoi vedere un ragazzo di 20 anni ballare con una persona di 80. Non c’è dress code, non c’è giudizio. Vieni come sei».
Che effetto ha sul corpo e sulla mente?
SP: «È profondamente benefico. Quando il corpo si muove e si sincronizza con gli altri, succede qualcosa di magico: aumenta il benessere, si crea connessione. È quasi una forma di cura. Provare per credere».
Se doveste riassumere il balfolk in una parola, per voi cos’è?
LB: «Connessione».
SP: «Casa».
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